
شعر: منذر عبدالحر|العراق
الترجمة للإيطالية د: شيرين النوساني
لن أسمّي الأشياء بوضوح
هذه خطاي
لا أسمّي البحر صديقاً
ولا أتلو عن ينابيع صمتي
أوقف التسميات على راحتي
فالقمر لا يخز
ولا يحمي أحداً
لكنه يحفظ أخطاءنا
ويبوحها في ليالي العزلة
حين تنثر أفعى الشمس ثيابها
وتسمّي الفراغ لقيط عرباتنا
***
أقول:
هذه خطاي
وتلك ثياب فارغة للعشّ
وغزال مخادع
قال عنه الغريب
تسلّق جدار البئر
وأعلن عن نفسه
في سوق أعزل
***
ليست خاتمة الأجراس
عموداً صَدِئاً
والورد الذي أنكر أصابعنا
تطفل على أنامل الأميرة
وصار أقراطا
قضى عمره
يحاول النزول إلى كتفها
حتى صار مهملا
القمر ..
تحدث عن الممثل العجوز
الذي أجاد دوراً
حتى صاره
وأعيد مراتٍ على شفتي ممثلة شابة
أمام شمس
تسحب أذيال فرحتها
وتسكب في الزحام فتاة
تجرح خاصرة الجسر
حين يهمّ بالاستسلام للمساء
هذه خطاي
ولأنك لذّتي
لن أسمّي الأشياء
وأغادر تَنَملي
حين أفرش جسدا من عيني
وأطلق أصابعي فيه
وأحرث حروف عمري
طاعناً طفولتي
وعيون الجارة بين الدفتر المدرسي
واستفاقة حلمتيها
وهي تخطّ ضجيجها الخجُول!
***
الفجر المدلّل يسحب خيوطه بطمأنينة
عن الغابة المستسلمة
ولأنك مزماره
سألغي عصارة الليل
وأسمي الأسرة أشرعة
والماء رحيلاً
ولن أفرط بالصوم
لن ألبث
لاقتناص سُلّم ورديّ
لا أحيد عن الدهشة في شارع “لوليتا”
الذي يبعد مسافة سرّ
عن رأسي
ولا يطالع قمراً أبله
كما ادّعى السكارى الثلاثة
الذين مرقوا تحت شرفة الأميرة
وهي تجمع بقايا الأقمار
***
….. لا ألوذ بالياسمين
ولا أطرق فُتات الدفء
فالصباح أرمد
والفتيات المنبثقات منه
يتعلّقن بأنباء الحانات
والجسد الجريء – أعلى المدينة –
يطلّ من الضحى
ضاغطاً قلبه
محدثاً مخترقيه عن حصاده
***
لأنك باب رسوخي
وَسعت راحتي
وكوّرت البحر
قدّمته زمردة تحمل خطاك
إلى حصار تجاعيدي
وتجمعني في الغناء
أيها الغموض…
الجراح تسكب من الشرفات
على القواقع
وأنا….
أبصرتُ الفضائح تمشي على أقدام
من ذهب
فشهقت:
آهاتنا أزاحت القمر
وأهملتنا
وأصدقاؤنا
اختاروا لِخَطَاتِ فَتْوَتهِمْ وحَنطُّوها
والسكارى الجنوبيون
علّقوا قُلُوَبهُمْ على جباههم
يرصدون – بعيون سائلة –
الجُمل الموسيقية
تتقاطع في شارع الخيبة
فيتسابقون للطين
لأنك جُنَوني…
لم أهادنِ
تسلّقتُ إسْفنجَةً من تعب
لم أرَ السرّ في وجعي
وشطبتُ المسافات بالحلم
فصرتُ الذي شيّدوه
بمرَايا
أجْجت العلامات
لأنك قلقي
لَبِسْتُ أخطائي
لأني… لم أعد سمسارًا
يعدّ عربات الفجر
أو يلبس ثرثرة التجار
ويمَحْوُ رَصاصَاتِهِ الإول
لأنك لَذَّتي…
أفصحتُ عن حمَامَاتِ القلب
وأجهشتُ بالغناء
عددتُ وصولي
أسميتُ المطارق الأولى حريقِي
وأطلقتُ النار على أصابعي
مؤجِّجًا وَرْدتيَّ
ومَسْميْكُ كُلَّ شيء!!
Del poeta iracheno Mounzer Abdel Hour
Traduzione di Shirin Elnawasany
Poiché tu sei la mia delizia…
non nominerò le cose in modo chiaro:
eccoli, i miei passi falsi.
Non chiamerò “amico” il mare,
né svelerò le mie sorgenti mute.
Terrò le etichette a mio piacimento,
perché la luna non ferisce;
non protegge nessuno,
ma trattiene i nostri errori
e li svela nelle notti di solitudine,
quando la serpe del sole si spoglia
e battezza il vuoto “trovatello dei nostri carri”.
***
Dico:
ecco qui, i miei passi,
e quelle, sono vesti vuote per il nido,
e una gazzella ingannevole.
Di lei disse il forestiero:
scalò il muro del pozzo
e si annunciò
in un mercato senza armi.
***
Il finale delle campane
non è una colonna di ruggine;
le rose che rinnegarono le nostre dita
calzando le dita della principessa
divennero orecchini
Spesero la loro vita
tentando di calarsi sulla sua spalla,
finché furono trascurate.
La luna…
parlò del vecchio attore
che recitò bene una parte
fino a immedesimarcisi;
fu ripetuta, e ripetuta,
sulle labbra d’una giovane attrice,
davanti a un sole che,
strascicando le code della sua gioia,
riversò nella folla una ragazza
che ferì il fianco del ponte
mentre stava per cedere alla sera.
Questi sono i miei passi.
E poiché tu sei la mia delizia,
tacerò i nomi delle cose
Lascerò il mio formicolio
Mentre stendo un corpo dai miei occhi,
libererò le dita,
spalerò le lettere della mia vita,
pugnalando la mia infanzia;
e gli occhi della vicina, tra il quaderno di scuola
e il risveglio delle sue palpebre,
tracciano il loro timido frastuono!
***
L’alba viziata ritrae con lentezza i suoi fili
dalla foresta che si arrende;
e poiché tu sei il suo zufolo,
cancellerò la linfa della notte
e chiamerò il letto “vele”
e l’acqua “addio”.
Non tradirò il digiuno:
non resterò
ad afferrare una scala di rosa;
non perderò lo stupore in via “Lolita”,
che è una distanza segreta dal mio capo,
e che non contempla una luna stolta,
come sostennero i tre ubriachi
che guizzarono sotto il balcone della principessa
mentre ella raccoglieva resti di lune.
***
….. Non mi rifugerò nel gelsomino
né busserò alle briciole del tepore:
il mattino è infetto,
e le ragazze che ne germogliano
si aggrappano ai pettegolezzi delle osterie;
il corpo audace — in vetta alla città —
si sporge dall’aurora,
stringendo il cuore,
raccontando del suo bottino a chi lo attraversa.
***
Poiché tu sei la porta della mia fermezza,
dilatai il mio palmo
e plasmai il mare,
lo offrii come uno smeraldo che accompagna i tuoi passi
all’assedio delle mie rughe,
raccogliendomi nel canto,
o mistero…
Le ferite traboccano dai balconi
sulle conchiglie,
e io…
vidi gli scandali camminare su piedi
d’oro
e gridai:
“I nostri gemiti hanno spodestato la luna
e ci hanno trascurato;
i nostri amici
hanno scelto i passi della loro giovinezza
e li hanno imbalsamati;
e gli ubriachi del sud
hanno appeso i loro cuori in fronte,
spiando — con occhi pieni di lacrime —
le frasi musicali
che si incrociavano
in via della Sconfitta,
correndo verso il fango”.
Poiché tu sei la mia follia…
non negoziai;
scalai una spugna di stanchezza,
non colsi il segreto nel mio dolore
e cancellai le distanze col sogno,
diventando così ciò
che costruirono
con specchi
che alimentarono i segni.
Poiché tu sei la mia inquietudine,
indossai i miei errori;
poiché… non sono più un sensale
che conta i carri dell’alba
o indossa il chiacchiericcio dei mercanti
e cancella i suoi primi colpi.
Poiché tu sei la mia delizia…
svelai le colombe del cuore,
singhiozzai nel canto,
contando i miei arrivi,
chiamai i primi martelli il mio rogo,
e sparai alle mie dita,
consumando la mia rosa,
chiamando ogni cosa con il tuo nome!!



